Allora Andrea partiamo subito con una breve cronistoria dei
D.I.A.
Breve? Ok! Allora… siamo nati nel
’96 dalle ceneri degli allora Corpse Grinder, quartetto pseudo-death-grind dove
c’eravamo già noi tre (ovvero: io – chitarra/voce, Gigio – basso/vocione, e
l’altro Andrea alla batteria), più un secondo chitarrista (Gianni). I D.I.A.
sono nati dopo il ritorno di Gigio dalla naja, fondamentalmente perché volevamo
proseguire su binari più strettamente grindcore/powerviolence, e ci piaceva
l’idea del power-trio… nel settembre ’98 abbiamo tirato fuori un demo di 14
pezzi, uscito in circa 150 copie, più altre “piratate” col nostro consenso
(anzi, direi meglio su nostra proposta!) da un po’ di persone che lo prendevano
in distro. Dopo un po’ di tempo e un po’ di concerti, qualcuno anche fuori
dalla Puglia, abbiamo iniziato a pensare di fare qualcosa su vinile.
L’occasione è arrivata grazie all’amicizia con gli Shears di Savona, con cui
abbiamo realizzato lo split 7” uscito nel marzo 2000, co-prodotto dai due
gruppi più una decina di piccole etichette di nostri amici sparse in giro per
l’Italia.
Andrea che significato particolare ha per te essere Straight
Edge?
Mio dio (porco, ovviamente!)! Beh,
intanto diciamo che è una cosa abbastanza naturale, nel senso che, anche prima
di sapere che voleva dire sxe, non mi ero mai ubriacato, non ho mai assunto
droghe, blablablah… a differenza di altri non ho, quindi, storie di infanzia
difficile ghetto-style (che a volte forse sono anche un po’ troppo romanzate
secondo me…) con successiva redenzione e riscoperta della rettitudine e
dell’integrità… In termini di rispetto assoluto e cieco (e sottolineo cieco)
dei “x sacri dogmi x” (don’t drink, don’t smoke, don’t fuck), tra l’altro,
qualcuno potrebbe obiettare che non sono un vero sxe perché ogni tanto bevo un
bicchiere di birra con la pizza. Al che io replico che un bicchiere di birra
non fa di me un alcolizzato, ne tantomeno uno che non riesce a pensare in
maniera lucida e con la propria testa al 1000%, ne tantomeno mi da dipendenza. Diciamo
che, siccome secondo me le regole vanno capite prima di accettarle tout-court,
più che seguire la regoletta del cazzo ne seguo lo spirito, e secondo me lo
spirito dello sxe non è “se bevi un bicchiere di birra meriti di morire,
tossico di merda che non sei altro!”, ma piuttosto “se ti ubriachi non riesci a
ragionare in maniera lucida e sei più passivo (e quindi meno “pericoloso”),
quindi se puoi fanne a meno”. Detto ciò, mi preme precisare che comunque la mia
è una scelta personale che non pregiudica in nessun modo i miei rapporti con
persone che la pensano (e si comportano) molto diversamente da me. Alcuni tra i
miei migliori amici fumano (non solo sigarette), bevono, eccetera. molti di
loro sono comunque persone attive, che organizzano concerti, che portano avanti
fanze, gruppi, altre iniziative… io vivo bene così come sono e non chiedo agli
altri di cambiare. Ah, e ovviamente non vorrei che si pensasse che i D.I.A.
siano una sxe band.
Parlaci in dettaglio del vostro ultimo lavoro in vinile, perché avete
proprio deciso di splittare con quel gruppo, e come sta andando il responso in
vendite.
In parte ti ho già risposto, per il
resto: i pezzi furono registrati il 15/6/99, all’indomani di uno spettacolare
concerto assieme ai Decrepit, un gruppo crust-grind americano da paura che
riuscimmo, non so ancora come, a far venire a suonare a Lecce. Abbiamo stampato
1000 copie, poi divise tra i vari co-produttori. Non so esattamente a che punto
siamo con le vendite, so di certo che alcuni tra i co-produttori hanno dato via
tutte le loro copie tra scambi (molti) e vendite (penso poche), e anch’io ho sì
e no una decina di copie a casa (per cui se volete il disco sbrigatevi a
scrivermi!!!). Ovviamente abbiamo imposto un prezzo massimo di 5000 lire,
mentre noi addirittura lo diamo a 4000. Per un disco che ci è costato meno di
2000 lire a copia, e registrato con 32.000 lire (!!! - Praticamente il prezzo
della scatola di pupazzi dei Simpson che abbiamo regalato a Valerio, il nostro
amico che ci ha fatto da tecnico del suono, come parcella per la
registrazione), direi che è un prezzo giusto. La grafica l’ho fatta io, visto
che mi piace dilettarmi in queste cose, e la foto centrale del disco l’ho presa
dal mio libro di scuola del liceo. In pratica è un’immagine del “museo della
memoria” della Cambogia, che ricorda i tre milioni di morti ammazzati durante
la dittatura dei Khmer Rossi di Pol Pot, un modo come un altro di denunciare la
violenza dello Stato, di qualunque colore sia.
Come vedi la scena Grind Power Violence nella tua zona ed in Italia, in particolare
mi sembra che tolti i grandissimi Cripple Bastards, lasciamo molto a
desiderare…
Beh, non direi… intanto, è vero:
l’ultimo dei Cripple è effettivamente un disco
micidiale e devastante, però secondo me
ci sono un sacco di altri bei grupponi: i Comrades mi piacciono molto, poi ci
metterei i No Somos Nada, che stanno per esordire con un 7” e dal vivo sono
impressionanti (soprattutto il batterista), poi molti dei gruppi che stavano
sulla compilation “Pasta Powerviolence II” uscita per S.O.A. recs., o ancora i
Cattiveria di Ravenna (terrificante lo split LP coi Corrosione uscito l’anno
scorso per Agipunk recs.)… questi sono i primi nomi che mi vengono in testa.
Ovviamente anche i D.I.A. e gli Shears mi piacciono molto, ma non vorrei essere
accusato di partigianeria, hehehe! Discorso diverso per quanto riguarda Lecce e
dintorni, e forse anche la Puglia intera: qui una scena grind/powerviolence non
esiste per il semplice motivo che l’unica band che suona questo genere siamo noi!!!
Nella zona di Bari o di Brindisi abbondano i gruppi brutal death alla Cannibal
Corpse (Natron, Penis Leech, Suspiria…), ma nulla di simile a quello che
intendo io per grindcore, quello legato alla scena inglese della fine degli
80’s (Heresy, Napalm Death, Carcass, Sore Throat…) o di gruppi come Assuck,
Dropdead, Agathocles, Hellnation, Infest, Siege, Spazz, Gride, Gomorrha…
Progetti per il futuro….
Beh, da un po’ di tempo (fine
novembre 2000) siamo fermi perché Andrea è a Londra a fare il cuoco, però ora
dovrebbe ritornare, quindi ricominceremo a suonare. Abbiamo già da un po’ di
pezzi nuovi in cantiere, circa una ventina, e vorremmo realizzare qualcosa come
un 7” o addirittura un LP tutto nostro, ma per ora anche solo parlarne è
prematuro…
Qualche News fresca, fresca??
Mmm… allora, io e Gigio suoniamo
anche negli SpinaNelFianco, quartetto di hc pestone alla primi
D.R.I./Negazione/Los Crudos, e dovremmo registrare davvero a breve una
quindicina di pezzi per il nostro primo 10” prodotto da Agipunk di Pavia. Per
il resto, poco o niente.
So che prima avevi una fanzine, come mai l’idea di mollare?
Ti riferisci a Mururoa ‘zine,
vero? In realtà Mururoa era il parto collettivo di un gruppo di una decina di
persone, più altri collaboratori esterni. Io ero solo una tra queste persone, e
nemmeno il più infaticabile e solerte, devo dire! A un certo punto ci siamo
resi conto, chi per un motivo chi per un altro, che era troppo complicato
mandare avanti un progetto come questo, tenendo conto che non tutti (io per
primo) riuscivamo a stare dietro alle scadenze prefissate, alla posta, ai
contatti coi gruppi e con le poche etichette sfigate che ci davano fiducia
mandandoci materiale da recensire, eccetera. Così abbiamo deciso di chiudere. È
stato molto triste, ma d’altra parte ci rendevamo conto che trascinare la cosa
stancamente e senza più motivazioni da parte di molti di noi sarebbe stato
peggio. Io ho comunque continuato in proprio: ora faccio una fanzine
interamente dedicata all’hardcore e al mondo delle autoproduzioni, con uno
stampo più politico e molta attenzione all’attitudine hc ancora prima che alla
musica in se e per se. Questa fanza si chiama “Causa Persa”, e ne sono usciti
quattro numeri: il #1 risale al gennaio ’99, il #1,5 è un mini-numero del marzo
’99 ed è uno split con un’altra fanza salentina (“Sarchiapone”), il #2 è uscito
nel gennaio 2000 come split con “La Piccola Meraviglia”, che è la fanza fatta
dalla mia ragazza e da una sua amica, ed è ancora disponibile (32 facciate A4 a
3000£ spese postali incluse). Infine c’è il #2,5, che è circolato in sole 50
copie al Rumble Fish festival (il più importante meeting hc del sud Italia) di
Fasano l’estate scorsa. Ora sto lavorando al #3, che dovrebbe uscire (spero)
per fine Luglio e conterrà interviste a Seein Red dall’Olanda, A Testa Bassa da
Bari, più recensioni, opinioni, show-report, foto eccetera, sempre a 3000£
s.p.i.
Facci un resoconto Song to song del vostro lavoro!
Minchia! Mi vuoi morto, vero?
Dunque, per quanto riguarda l’aspetto musicale, la maggior parte dei pezzi li
ha composti Gigio, ma direi che per tutti si possa parlare del tentativo da
parte nostra di dare un’impronta personale alla nostra musica. Quando si suona
grindcore/powerviolence è facile cadere nella banalità e nel già sentito,
probabilmente capita pure a noi, e in effetti non siamo nemmeno tutti ‘sti
grandi musicisti a livello tecnico, per cui cerchiamo di ovviare a queste
lacune con la fantasia o cercando di infilare nei pezzi influenze diverse dalle
solite: non so, parti mosh, parti pseudo-industriali, (come quella centrale di
“Dormant”), parti ultralente che spezzano il ritmo sparato del pezzo, parti hc
nel classico stile primi 80’s… abbiamo
pezzi piuttosto articolati (come la stessa “Dormant, o pezzi sparati
dall’inizio alla fine (come “Wars of the armies…” e “Words just can’t
explain”); pezzi lunghi (come “Life at zero”) e di pochi secondi (“End note”)…
insomma ce n’è per tutti i gusti.
Per quanto riguarda i testi,
ripubblico qui i commenti che si possono trovare nel foglio testi del disco:
Considerazioni sparse.
Nella nostra smania di voler cambiare il
mondo, spesso dimentichiamo di essere noi i nostri peggiori nemici. Noi, con le
nostre debolezze, le nostre paure e i nostri limiti. Noi, così veloci a
giudicare gli altri, ma incapaci di guardare ai nostri difetti, incapaci di
fare autocritica, incapaci di capire quando facciamo del male a qualcuno anche
senza volerlo. Noi così bravi a parlare, finché non arriva il momento di far
seguire alle parole le azioni, e ci rendiamo conto che è infinitamente
difficile riuscire a vivere secondo i propri ideali mettendoli in pratica ogni
giorno, senza cedere ai compromessi,
senza cedere alle tentazioni del quieto vivere, senza chiudere mai gli occhi di
fronte al mondo che ci circonda. Noi che, poco più che adolescenti, giuriamo
eterna fedeltà ai nostri alti ideali, salvo poi rinnegarli una volta raggiunta
l’età della «ragione». Come se a 18 anni ci fosse già chiaro tutto, e non
avessimo più bisogno di crescere, maturare, progredire, imparare. Noi che abbiamo
paura di piangere o di ridere di cuore, di mostrare la nostra insicurezza, e
che dobbiamo per forza essere incazzati, sempre e comunque, tutti uguali nella
nostra diversità pianificata e progettata, spersonalizzati. Noi che al futuro
non ci vogliamo neanche pensare, forse perché il futuro ci spaventa, ci
spaventa la prospettiva di una vita grigia e monotona, vissuta nella
consuetudine, all’interno di un gregge di automi programmati per fare tutti le
stesse cose, per pensare tutti allo stesso modo, giorno per giorno. Un suicidio
che inizia dalla nascita. Sono felice di non vivere oppresso dal bisogno di
fragili certezze; sono felice di essere consapevole dei miei limiti; sono
felice di non dover mentire a me stesso per paura di scoprire la mia imperfezione.
Sono solo un essere umano come gli altri, e forse è meglio così.
(questa la scrissi all’indomani della
guerra in Kossovo) Un’altra guerra senza senso, digerita e metabolizzata come
se nulla fosse accaduto. La «gente comune», le «persone normali», sempre più
annoiate, disinteressate e narcotizzate, restano a guardare. Solo qualche
reazione di sdegno addomesticata a dovere, che peraltro urta contro il
menefreghismo generale di chi è stato indottrinato da roboanti campagne
mediatiche che dipingono i «nemici» come l’incarnazione assoluta del Male, e
dall’altra parte i «nostri ragazzi» come valorosi patrioti e difensori della
giustizia, custodi della pace o quant’altro. Più in là, accantonate in un
angolo buio, ci sono le vittime e il loro dolore, sempre utili quando arrivano
le telecamere o quando bisogna mandare sul campo di battaglia qualche soldato o
aereo in più (e far alzare il bilancio della difesa…). Politicanti e vertici
dello stato piangono lacrime di coccodrillo per l’ennesima guerra orribile ma
necessaria, deplorano la violenza ma la usano seppure a malincuore, gravati
della loro investitura (divina?) a custodi dell’ordine mondiale. Gli
avvenimenti dello scorso anno (1999/ ndAndrea) a Timor Est (migliaia di morti
dopo solo pochi giorni dal referendum che aveva sancito l’indipendenza
dell’isola dall’Indonesia, scatenando la rappresaglia delle truppe
paramilitari) dimostrano ancora una volta, se mai ce ne fosse stato il bisogno,
che concetti come «diritti umani», «democrazia», «giustizia» sono degli alibi,
delle scuse di comodo funzionali al mantenimento e al consolidamento
dell’ordine internazionale dettato dal libero mercato. In questo senso è chiaro
il motivo per cui i paesi occidentali, così solerti e decisi all’intervento
militare massiccio in Kossovo - con le ben note e disastrose conseguenze sulla
popolazione civile di entrambe le etnie -, hanno temporeggiato e tentennato
davanti al genocidio della popolazione timorese (oltre 300000 - trecentomila! -
morti dal 1975, anno d’inizio dell’occupazione indonesiana), preoccupati di
mantenere i buoni rapporti commerciali con Jakarta, e davanti all’offensiva
russa in Cecenia, per assicurarsi il controllo sugli oleodotti e i giacimenti
di combustibile fossile dell’area. In paesi nostri alleati, come la Turchia o
il Messico ad esempio, il dibattito sui diritti umani non ha mai trovato
spazio, e ciononostante (anzi, paradossalmente proprio per questo) questi paesi
sono nostri partner commerciali, politici e militari. È ormai consolidato il
fatto che un regime politico repressivo, con tutto quello che questa
definizione comporta (nessun rispetto per i diritti dei lavoratori e per le
norme ambientali, soppressione del dissenso, pressione fiscale sulle industrie
ridicolmente bassa), favorisce gli investitori esteri e i loro profitti, per
non parlare dei vantaggi in termini economici e politici ottenuti in queste
situazioni dalle alte gerarchie militari. Nei paesi del Terzo Mondo (ancora
chiamati, con un’eccezionale dose di cinismo e ipocrisia, «paesi in via di
sviluppo«), le giunte militari sono per lo più docili esecutori, laddove i
mandanti sono proprio le grosse compagnie transnazionali occidentali e i
governi che le spalleggiano. In America Latina, dopo la fine di gran parte
delle sanguinose dittature-fantoccio che fino all’inizio degli anni ‘90 hanno
causato centinaia di migliaia di morti (ad esempio in El Salvador, Guatemala,
Nicaragua… ma la lista potrebbe continuare fino a comprendere praticamente
tutti i paesi dell’area) tra gli oppositori politici, i guerriglieri, i preti
della Teologia della Liberazione, ma anche tra studenti, giornalisti e gente
comune, si è assistito alla nascita di nuovi regimi solo apparentemente
mascherati da democrazie (il Perù di Alberto Fujimori, la Colombia, e così
via), nei quali il nuovo ordine neoliberista ha gettato, e continua tuttora a
farlo, sempre più persone nella miseria più nera, mentre un'élite sempre più
ristretta e sempre più ricca ha in mano le redini del potere.
Quella di vivere in un angolo di mondo
immune ed estraneo a tutto ciò è solo una misera illusione. Nelle «democrazie
occidentali», il controllo e la repressione del dissenso sono solo meno
evidenti, meno apertamente violenti e più subdoli. Lo stato usa le maniere
forti solo in casi selezionati, e sempre facendole passare come misure
necessarie di difesa da attacchi precedenti (ad esempio, come sta succedendo
negli ultimi anni in Italia, da parte di fantomatiche associazioni
insurrezionaliste, ecoterroriste e quant‘altro). La TV, i falsi miti del
consumismo e dell’arrampicata sociale, la colpevolizzazione dei comportamenti e
delle situazioni che deviano dalla norma, sono tutti dei mezzi di appianamento,
annullamento, canalizzazione e reindirizzamento del malessere e del malcontento
nei confronti dello status quo e delle istituzioni preposte al suo
mantenimento.
Che significato ha per voi suonare nei D.I.A.?
Di significati ce ne sono molti…
Intanto, siamo tre buoni amici che suonano assieme e si conoscono da una vita,
e questa è già una cosa fondamentale e probabilmente irrinunciabile. Per quello
che mi riguarda, suonare e scrivere testi mi da la possibilità di esprimere i
miei pensieri e le mie opinioni e di farle conoscere agli altri, tramite il
disco, il demo o i fogli coi testi e i commenti che distribuiamo ai concerti,
anche se non vorrei che si pensasse che voglio dettare la mia legge e mettermi
su un piedistallo a insegnare agli altri come comportarsi. Quello che scrivo e
quello che dico è la mia opinione, non la verità assoluta, ma è sempre bene
confrontare le proprie idee con quelle altrui in maniera costruttiva. Suonare dal vivo poi è un modo per sfogare in
maniera non (auto)distruttiva tutte le frustrazioni che accumuli nel corso
della giornata e quando hai a che fare con situazioni spiacevoli (sul lavoro, a
casa, con altra gente).
Come vedi gli Straight Edge attuali, mi sembra che
(chiaramente per il mio punto di vista del tutto personale) le cose si stanno
distorcendo un po’ troppo, voglio dire, mi sembra che siano in troppi a
eleggersi SXE, e a vedersi quasi come una razza eletta e superiore, tu come la
vedi?
Sono fondamentalmente d’accordo con te,
in realtà poi la questione non mi interessa nemmeno più di tanto ormai. La vedo
troppo distante dal mio mondo, dai miei interessi e dal mio concetto di scena
hc. Alla fine per me essere sxe è qualcosa di tanto strettamente personale, che
non mi preoccupo di riconoscermi o meno nelle posizioni del resto della scena
straight (o di una sua parte) italiana o planetaria che sia… “Gli altri” la
pensano in un modo e sono felici? Buon per loro. Se poi le nostre strade si incrociano, non potrò
certo fare a meno di difendere le mie idee (con le parole, chiaro!)…
Come vanno i concerti? Spiegaci un vostro concerto tipo, e
qual è la serata che più ricordi per
intensità e divertimento.
Concerti ultimamente non è che ce ne
siano stati troppi, e quei pochi sono stati tutt’altro che memorabili (tipo
l’ultimo, disastroso tour che ci ha visto non-protagonisti: una sola data suonata
su quattro programmate, e un mare di soldi persi)… Tra i concerti che ricordo
con più piacere c’è senza dubbio quello al csoa Etna 3 di Cervia nel marzo ’98,
che fu anche la nostra prima trasferta fuori dalla Puglia; poi i concerti
nell’ottobre sempre del ’98 a Torino (Delta House occupata, coi Torquemada) e
sempre a Cervia, ma al Borkiello occupato; qui in Puglia di concerti memorabili
mi viene in mente ben poco. In genere quando
suoniamo dalle nostre parti la gente è sempre un po’ interdetta e tende a non
capire bene la nostra proposta musicale, soprattutto nei primi minuti! D’altra
parte, anni di hc melodico imperante hanno purtroppo lasciato il segno, tanto
che alla fine chi ci apprezza di più sono i deathmetallari, che sono più
abituati a sonorità “pesanti” e poco armoniose…
L’ultima parola la lascio a te….
Beh, intanto grazie tantissimo per questa
bella intervista, e per avermi fatto delle belle domande. Mi sembra giusto
lanciare un appello in favore delle fanzine in genere, perché sono un mezzo
essenziale di informazione, di trasmissione di idee e di supporto
dell’underground fuori dagli schemi e fuori dal coro, per cui: LEGGETE PIÙ FANZINE!!!
Se volete contattarci i nostri indirizzi sono: *ANDREA LITTI, VIA VITTORIO EMANUELE III 92, 73016 SAN CESARIO
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CIAO E GRAZIE ANCORA! KEEP ON GRINDING!